Opera ricorrente delle raffigurazioni sacre è il martirio del vescovo Gennaro presso la Solfatara di Pozzuoli avvenuto nel 305 d.C ed oggi festeggiato il 19 Settembre. Poco noto è però l’affresco sito nell’antica chiesa di San Vitale a Roma presso il Rione Monti, realizzato nei primi anni del seicento da un artista laziale.

I martiri puteolani

Abbiamo già tratto dei martiri puteolani in questo articolo, pertanto, di seguito, ci limiteremo a fornire una breve sintesi degli avvenimenti chiave.

Durante la persecuzione di Diocleziano (302-305 d.C.) il diacono di Miseno, Sossio (o Sosso secondo alcuni testi), fu riconosciuto essere di fede cristiana e pertanto fu imprigionato. Contro la sua prigionia, e successiva condanna per non aver abiurato, protestarono Gennaro, vescovo di Benevento, con il diacono Festo e il lettore Desiderio, entrambi beneventani, e Procolo, diacono di Pozzuoli, con i laici puteolani Eutiche (o Eutichete secondo alcuni testi) e Acuzio.

I sette furono riconosciuti colpevoli di essere tutti di fede cristiana: vennero quindi condannati a morte. In un primo momento i martiri vennero trasportati nell’anfiteatro di Pozzuoli per essere dati in pasto alle bestie, tuttavia gli animali si rifiutarono di aggredirli. Vennero quindi condannati alla decapitazione nell’anno 305 nei pressi del forum vulcani di Pozzuoli (nei pressi della Solfatara).

Il miracolo
Artemisia Gentileschi, San Gennaro nell’anfiteatro di Pozzuoli, 1636

Dopo alcuni giorni, il sostituto procuratore della Campania, Timoteo, partecipò ad uno spettacolo nell’anfiteatro maggiore di Pozzuoli e domandò l’esposizione dei sette confessori di Cristo alle fiere (secondo alcuni orsi, secondo altri leoni) affinché li sbranassero vivi, ma le bestie si prostrarono umilmente ai loro piedi. Il governatore, allora, non esitò a proclamare una nuova condanna a morte per coloro che le belve avevano risparmiato. Ma prima di pronunciare la sentenza il vescovo di Benevento pregò il Signore affinché Timoteo sarebbe stato privato della vista; venne immediatamente esaudito.

Il tiranno, diventato cieco, si rivolse a Gennaro e lo supplicò di pregare il suo Signore affinché fosse guarito; cosa che avvenne. Al miracolo assistettero circa cinquemila fedeli che si convertirono alla fede cristiana.

Timoteo così ordinò ai soldati di eseguire al più presto la sentenza: morte per decapitazione. I condannati furono portati nei pressi dell’attuale vulcano Solfatara e furono decapitati. Nello stesso giorno Timoteo, assalito da atroci dolori, morì.

L’affresco di Tarquinio da Viterbo in San Vitale a Roma
La facciata della basilica di San Vitale a Roma

Nel 1603 il pittore laziale Tarquinio Ligustri da Viterbo (1564 – 1621) completò il suo affresco, tutt’ora visibile, presso l’antica chiesa di San Vitale a Roma, un tempo chiamata titulus Vestinae, tempio dedicato nel I secolo d.C. dalla pia matrona Vestina a San Vitale e ai suoi figli Gervasio e Protasio, martiri milanesi.

Precise indicazioni documentarie consentono di datare al 1599 l’intervento del L. nella decorazione della chiesa di S. Vitale. La critica è concorde, salvo Bailey (2003), nel riconoscergli i dieci grandi paesaggi con scene di martirio – dove il paesaggio, di impostazione affine a quella di Paul Bril, domina sulle piccole figure umane, contribuendo però a storicizzare gli avvenimenti e a sottolinearne la tragicità, con forme aspre e talora irreali – e, con minore sicurezza, interventi negli affreschi dell’area presbiteriale. Un pagamento per opere imprecisate avvenne anche nel 1603. [treccani.it]

Descrizione dell’opera
L’affresco di San Gennaro in San Vitale (Gabriele Fichera, biblioteca Hertziana)

La scena rappresentata nell’affresco è collocata presso un’altura prossima al cratere della Solfatara, detto forum vulcani, il che è particolarmente corretto in quanto rispetta le fonti storiografiche che collocano il martirio non all’interno del cratere bensì prossimo a tale luogo (probabilmente coincidente proprio con l’attuale Santuario di San Gennaro a Pozzuoli). Lo scenario è particolarmente curato e denota una predilizione per la caratterizzazione del paesaggio.

Il protagonista, Gennaro, è raffigurato con i caratteristici emblemi episcopali: l’abito da vescovo, la mitra e il bastone pastorale. Sul capo c’è già l’aureola, proprio perchè è ormai vicino al martirio e quindi alla santificazione. A differenza di tante altre raffigurazioni il santo è raffigurato con la barba e in età avanzata, forse per l antica tradizione che barba anzianità e capelli rasati erano segni di saggezza.

Sullo sfondo appaiono diverse figure, ed emerge un altro condannato con gli stessi abiti, che avanza calmo, in atteggiamento di preghiera. Accanto a lui un leone seduto che quasi ammira il personaggio e forse un cane incuriosito. La mansuetudine delle belve ricorda il miracolo appena avvenuto.

Degno di nota: nella raffigurazione, sotto al capo del martire, non è posto alcun cippo lapideo per la decapitazione, come invece vuole la tradizione. Ricordiamo, difatti, che il cippo conservato nella Cappella di San Gennaro presso il Santuario di Pozzuoli da alcuni tradizionalmente riconosciuto come il blocco di pietra sul quale il martire ha perso la vita.


 

  • Acta Sancti Proculi (Biblioteca hagiographica Latina 4133; posteriori all’831), detti anche Acta Puteolana
  • Passio “bolognese” (perché conservata nel codice 1473 della Biblioteca Universitaria di Bologna), del 1180
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