I martiri puteolani sono un gruppo di sette cristiani che furono uccisi durante le persecuzioni cristiane nella città di Puteoli nel III e IV secolo dopo Cristo.

Mosaico raffigurante Sant’Artema
Artema

Qualche decennio prima che s. Gennaro, vescovo di Benevento e veneratissimo patrono di Napoli, subisse il martirio a Pozzuoli, a Puteoli, città ad Ovest di Napoli, antico centro greco e poi porto romano, nacque e visse la sua breve vita, nel III secolo, il giovane Artema. Nato da nobili genitori e avviato agli studi letterari, si distingueva per l’acutezza dell’ingegno, al punto che il suo maestro, certo Cathigate, lo nominò capo degli studenti e suo collaboratore.

L’accusa di proselitismo

Il giovane Artema era cristiano e approfittò della sua carica fra gli studenti, per tentare di condurre a Cristo i suoi compagni; ma fu accusato di proselitismo e quindi denunciato al suo maestro e dopo aver sostenuto con lui un’appassionata difesa della fede, venne deferito al prefetto di Pozzuoli (Puteoli).
La conseguenza fu, in quei tempi di persecuzione, la condanna a morte. La sentenza fu eseguita dagli stessi suoi compagni, venne trafitto con gli stili che usavano per scrivere; il martirio avvenne il 25 gennaio di un anno non conosciuto, ma compreso fra la fine del III secolo e l’inizio del IV secolo, il corpo fu sepolto presso Pozzuoli. È inserito nel catalogo dei martiri sin dal secolo V, come testimoniava la sua figura nei mosaici, ora distrutti, che decoravano la cupola della chiesa di S. Prisco presso Capua.
Fu venerato a Pozzuoli fino al X secolo, dopo un lungo periodo il culto fu ripreso e autorizzato per la diocesi puteolana, dalla Sacra Congregazione dei Riti il 10 luglio 1959; nel duomo di Pozzuoli esiste un bel dipinto di Giovanni Lanfranco, del sec. XVII, che raffigura il suo martirio.
La festa liturgica è al 25 gennaio.

Procolo, Eutiche, Acuzio, Festo, Desiderio e Sosso

La vicenda terrena dei martiri puteolani Procolo, Eutiche e Acuzio, va posizionata nel secolo IV, ed è strettamente collegata al martirio del grande e più conosciuto, vescovo S. Gennaro e degli altri martiri Sosso, Festo e Desiderio. Bisogna subito dire che i nomi dei sette martiri, compaiono più o meno in ben sette antichi ‘Atti’, ‘Passio’, ‘Vitae’, naturalmente tutti parlando in primo piano di s. Gennaro, del suo famoso miracolo della liquefazione del sangue e poi delle varie traslazioni delle reliquie dei martiri, con destinazioni diverse e del loro culto in varie località.

Aniello Falcone il martirio di San Gennaro ed altri alla Solfatara, 1630

Dei vari autorevoli documenti sopra citati, vi sono gli “Atti Puteolani” o “Acta S. Proculi”, che illustrano le gesta del martire Procolo; questi “Atti” furono rinvenuti nell’Archivio della Curia di Pozzuoli e pubblicati per la prima volta, dal gesuita bollandista Stilting, nel 1867 a Parigi.
Non avendo la possibilità di accedere a questo Archivio, ci dobbiamo contentare di citare quanto raccontano i cosiddetti “Atti Bolognesi”, conservati in un codice del 1180, del monastero bolognese di S. Stefano dei padri Celestini e che riporta il racconto, già molto noto prima del secolo VII.

La persecuzione di Dragonzio
Artemisia Gentileschi, San Gennaro nell’anfiteatro di Pozzuoli, 1636

Mentre infuriava la persecuzione dell’imperatore Diocleziano (284-305), contro i cristiani, il vescovo di Benevento Gennaro, si trovava a Pozzuoli in incognito, per non essere riconosciuto dai pagani, che allora correvano numerosi a consultare la Sibilla Cumana, la quale risiedeva nel suo antro, appunto nella vicina Cuma. Ma comunque la sua presenza, era nota ai cristiani della zona, perché il trentenne diacono di Miseno, Sosso o Sossio, accompagnato dal diacono Festo e dal ‘lettore’ Desiderio, si recarono più volte a fargli visita con grande cautela e circospezione. Ma i pagani però smascherarono Sosso come cristiano e lo denunziarono al giudice Dragonzio; il diacono di Miseno fu catturato ed imprigionato e poi condannato ad essere sbranato dagli orsi, nell’anfiteatro di Pozzuoli. Il vescovo Gennaro, Festo e Desiderio, saputo del suo arresto, pur sapendo dei rischi a cui andavano incontro, vollero far visita a Sosso, per portargli il loro conforto; furono anch’essi scoperti, confessarono di essere cristiani e quindi condotti dal giudice Dragonzio, il quale visto il loro rifiuto di abiurare, li condannò alla stessa pena di Sosso. Non si sa bene il perché, ma la sentenza “ad bestias” fu commutata dallo stesso Dragonzio, nella decapitazione per tutti. La leggenda comune narra infatti che i martiri, posti nell’anfiteatro di Puteoli furono raggiunti dalle bestie, le quali invece di attaccarli si sdraiarono per ai loro piedi.

Le bestie si rifiutano di sbranare i martiri nell’anfiteatro di Puteoli
L’inutile difesa di Procolo, Eutiche ed Acuzio

A questo punto entrano nel racconto i tre puteolani, il diacono Procolo ed i laici cristiani Eutiche ed Acuzio, i quali protestarono vivacemente contro la condanna, mentre i martiri venivano condotti al supplizio; con la facilità e il fanatismo di allora, furono presi anche loro e condannati alla stessa pena della decapitazione, che ebbe luogo, secondo la tradizione, il 19 settembre del 305, nel Foro Vulcano, nei pressi della celebre Solfatara.

Da questo punto in poi, il gruppo dei sette martiri campani, li si ritrova nel successivo culto, a volte tutti insieme, a volte a coppie, a volte singolarmente; anche nelle catacombe dette di S. Gennaro, di S. Severo, di S. Gaudioso; essi sono raffigurati divisi e in diverse catacombe.

Le reliquie, una storia travagliata

La storia delle traslazioni delle reliquie è ancora più complessa. Quelle di s. Gennaro dall’agro Marciano presso Pozzuoli, dove sembrano che furono tutti sepolti, furono poi portate a Napoli, poi avventurosamente a Benevento, a Montevergine e poi di nuovo a Napoli.I corpi dei santi Festo e Desiderio, furono sepolti prima fuori Benevento, poi nell’824 nella rinnovata cattedrale di Benevento e poi nell’abbazia di Montevergine.Le reliquie del diacono Sosso o Sossio, vennero accolte con onore nella sua Miseno, città poi distrutta dalle orde saracene nel secolo IX, recuperate furono portate a Napoli e dal 1807 sono custodite e venerate nella città di Frattamaggiore (diocesi di Aversa).

Le reliquie di Eutiche ed Acuzio, furono conservate nel ‘praetorium Falcidii’, presso la basilica paleocristiana di S. Stefano (prima cattedrale puteolana i cui ruderi furono
rinvenuti da Giovanni Scherillo sulla collina di Cigliano) e sembra che nella seconda metà dell’VIII secolo, furono deposte nella cattedrale Stefania a Napoli.Infine il santo diacono Procolo, patrono principale della città di Pozzuoli, avrebbe trovato una definitiva collocazione nel tempio Calpurniano (Tempio di Augusto) , trasformato nella nuova cattedrale puteolana, nel 2014.

Il monastero di Reichenau
Il mistero delle reliquie trafugate in Svizzera

Secondo un documento del IX secolo, forse fittizio, si dice che nell’871, i corpi di Gennaro, Procolo, Eutiche ed Acuzio, sarebbero stati portati da un cavaliere svevo nell’abbazia di ‘Angia Dives’ o Reichenau, sul lago di Costanza in Svizzera; effettivamente nel 1780 si rinvennero delle ossa, che in successive analisi ed ispezioni fatte nel 1964 a Napoli, confermerebbero che mancano alle reliquie napoletane e puteolane. Nel 1781 Pozzuoli riebbe metà delle reliquie dei tre santi puteolani.

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Vincenzo Casillo
Vincenzo Casillo nasce a Pozzuoli il 01/04/1970. Laureato in giurisprudenza e baccelliere in teologia, attualmente insegna presso un liceo parificato. Porta avanti alcune ricerche del compianto A. D’Ambrosio sulle origini del cristianesimo nella zona flegrea.