L’anfiteatro Flavio Neroniano è il terzo anfiteatro più grande mai costruito dai romani e si trova a Pozzuoli (Puteoli) in provincia di Napoli. Gli enormi costi per la sua edificazione furono interamente sostenuti dall’erario cittadino, come attesta ciò che resta di quattro lastrone marmoree con inciso ” Colonia Flavia Puteolana Pecunia Sua” , e questo la dice lunga sul benessere di Puteoli.

Ricostruzione di una delle iscrizioni sugli ingressi (Cristiano Fiorentino)
Costruito quasi per necessità

La sorpresa è che, solo a pochi passi, giace oggi ancora sommerso e parzialmente distrutto da edifici e infrastrutture, il primo vero anfiteatro di Puteoli, quello detto anfiteatro repubblicano e precedente all’epoca imperiale. La città, difatti, fu così prosperosa che presto il piccolo e obsoleto anfiteatro non fu più in grado sia ad ospitare sufficienti persone, sia ad organizzare spettacoli all’avanguardia con le ultime tecniche e scenografie a disposizione. La sua edificazione non fu troppo celere, e vide il passaggio di Nerone, Vespasiano e Tito, finchè, nel 79 d.C. potè definirsi certamente completo anche nei paramenti esterni. Ed ecco il gioiello di Puteoli, così simile al suo fratello maggiore, il Colosseo di Roma, forse firmato dagli stessi architetti di Vespasiano.

Il terzo anfiteatro più grande

L’anfiteatro era grande, più grande di quello che appare oggi, in quanto l’anello esterno è stato quasi interamente distrutto. Il semiasse maggiore è lungo 149 metri, il minore 116: l’arena invece misura 72,22 x 42,33, uno spazio ideale per qualsiasi tipo di celebrazione e ludo. In grado di ospitare un numero variabile tra i 30.000 ai 40.000 cittadini, l’anfiteatro si sviluppava su tre livelli (ima, media e summa cavea) ed era, come il colosseo, provvisto di un sistema di schermatura per la luce e la calura estiva con pali e vele, abilmente mosso dai marinai di Miseno.

Jean Claude Golvin, anfiteatri di Puteoli
Un dedalo organizzato

I sotterranei erano il cuore dell’anfiteatro. Oggi sono conservati benissimo, forse gli unici preservati così bene in assoluto. Macchin, carrucole e ascensori trasportavano persone e animali dai sotterranei all’arena e viceversa. Lucernai calpestabili coperti con grate di ferro fornivano tutta la luce necessaria ad effettuare le operazioni. Un collegamento diretto con l’acquedotto Flegreo e con scarichi all’opposto permetteva di riempire l’anfiteatro come una vasca e ricreare le battaglie navali, dette naumachie, oltre che a renderlo splendente e lavare velocemente ogni traccia di combattimenti precedenti.

L’anfiteatro e il Cristianesimo
Artemisia Gentileschi, San Gennaro nell’anfiteatro di Pozzuoli, 1636

Nell’anfiteatro puteolano furono eseguite anche molte condanne a morte. Celebri sono quelle dei primi cristiani, in primis quella di Gennaro e dei martiri puteolani, condannati dal persecutore Dragonzio con la “damnatio ad bestias“, cioè ad essere sbranati vivi. Ma ciò non avvenne, e la storia tramanda che le bestie si inginocchiarono ai suoi piedi (celebre è il dipinto di Artemisia Gentileschi, oggi visibile al Duomo di Pozzuoli). Tuttavia ciò non li risparmiò, e trovarono comunque la morte presso la solfatara, attraverso una seconda condanna. Curioso da sapere, nell’anfiteatro sorge ancora un’antica cappella detta “Carcere di San Gennaro” realizzata nel ‘600 per ricordare l’ultima prigione dei santi Gennaro, Procolo e Sossio prima del martirio. Oggi purtroppo è chiuso al pubblico e verte in stato di rovina.

 


Bibliografia di riferimento

  • Amedeo Maiuri, I Campi Flegrei
  • Mario Sirpettino, la roma di zolfo
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