“L’anno 1538 nel giorno di San Geronimo (28 settembre) si sentì in detta città un gran terremoto, il quale allo spesso pigliava e lasciava, e tutta la città si mise in rivolta e quasi tutta disabitata, andando a Napoli e per le campagne chi fuggiva in un luogo, e chi in un altro e pareva che il mondo volesse subissare, e la gente fuggiva etiam nuda e fuggendo esso testimonio coi suoi figli, e sua moglie, ritrovò alla porta di Pozzuoli una donna nominata Zizula, moglie di mastro Geronimo Barbiero, la quale andava in camicia a cavallo di un somiero alla maniera mascolina scapellata e tutti piangevano e gridavano misericordia. E come fu verso un’ora in due di notte uscì una bocca di fuoco vicino al detto ospidale, nel largo nominato ‘La Fumosa’ da centro mare, e menava gran moltitudine di pietre pomici e di arena, e venne detta bocca di fuoco così aperta ad accostarsi al castello di Tripergola e tutto lo sconquassò, e rovinò, e poi lo riempì di arena, di pietre e vi fece una montagna nuova in 24 ore dove in fino ad oggi si vede”.Antonio Russo, abitante di Tripergole, 30 luglio, 1587

Ciò che avete appena letto, fu la testimonianza di Antonio Russo, abitante di Tripergole, rilasciata a seguito di un’inchiesta sul distrutto Ospedale di Tripergole.

Il cratere del Monte Nuovo
Il cratere del Monte Nuovo

Così si formò il monte Nuovo, un vulcano che fa parte dei Campi Flegrei. Si trova nel comune di Pozzuoli presso il Lago Lucrino. Si formò tra il 29 settembre e il 6 ottobre 1538 a seguito di un’eruzione che distrusse il villaggio medievale di Tripergole e mise in fuga la popolazione locale. La formazione del Monte Nuovo rappresenta l’unica eruzione vulcanica avvenuta nell’area dei Campi Flegrei in epoca storica. Il monte è caratterizzato da una folta vegetazione. Sul vulcano crescono piante tipiche della macchia mediterranea. Le piante maggiormente presenti sono il pino, la ginestra, l’erica.
Il vulcano, ora inattivo, è diventato un’oasi naturalistica.

Il Territorio di Tripergole dall’antichità ad oggi

L’area compresa tra il lago d’Averno, il lago Lucrino, Toiano ed Arco Felice, oggi prevalentemente occupata dal vulcano Monte Nuovo, ha svolto nell’antichità e nel Medioevo un’ importante ruolo militare e termale nella storia dei Campi Flegrei. Inoltre, per effetto del bradisismo – che ha condizionato la vita del villaggio di Tripergole, essa conserva tuttora chiari segni dell’alterno movimento del suolo nella vasta zona archeologica sommersa del Portus Iulius.
E’ ormai risaputo che il lago d’Averno era considerato l’ingresso all’Ade e luogo consacrato alle divinità infernali, circondato da una folta ed alta vegetazione, legato alla mitica presenza della Sibilla Cumana e meta di religiosi pellegrinaggi. L’aspetto appariva ancora più lugubre anche per le esalazioni mefitiche delle numerose fumarole che non favorivano il passaggio degli uccelli (Averno = aornos). Inoltre, la presenza di caverne scavate nel tufo e nella compatta pozzolana ha alimentato le leggende intorno ai Cimmeri, mitica popolazione che, per la paura del sole, viveva negli antri dai quali usciva solo di notte.

Pietro da Eboli
Pietro da Eboli de Balneis Puteolanis 1474

Dalla fine del V secolo d.C., il movimento bradisismico discendente (positivo) determinò l’avanzata del mare e la sommersione delle opere portuali e termali. Dal VI secolo in poi il silenzio cala su tutto il territorio. Comunque, il poeta Felice, Cassiodoro e l’ebreo Beniamino di Tudela documentano l’interesse per i bagni flegrei da parte dei vari invasori Vandali, Goti e Longobardi. Anche se lo sprofondamento continuò fino al X secolo, periodo in cui il mare -secondo Antonio Parascandola- raggiunse quota sei metri circa rispetto al pavimento del cosiddetto “tempio di Serapide”, la frequentazione delle terme è attestata dalla presenza di illustri personaggi tra il IX e il XIV secolo, come i papi Giovanni VIII e Bonifacio IX, gli imperatori Ludovico II e Federico II. Proprio a quest’ultimo si deve l’impulso della rinascita termale; infatti, tra l’ottobre e il novembre 1227, egli si recò ai bagni di Pozzuoli per curarsi dalla malattia che l’aveva colpito a Brindisi, mentre si accingeva a salpare per la crociata in Terra Santa. Contemporaneamente, tra il 1212 e il 1221, il poeta di corte Pietro Anzolino da Eboli gli dedico un trattatello in versi De Balneis Terrae Laboris o De Balneis Puteolanis con l’elencazione in epigrammi latini delle trentacinque sorgenti dei Campi Flegrei. Quest’opera, tradotta in volgare e più volte edita, divulgò le miracolose qualità terapeutiche delle acque flegree, favorendone lo sviluppo e la frequentazione.

La zona più rinomata dei Campi Flegrei per la presenza di numerose sorgenti è quella del lago d’Averno e della collina di Trìtoli, nei cui pressi, sin dal secolo XIII, è documentato il noto villaggio di Tripergole. Già il toponimo, “tre pergole“, tre stanze (frigidarium, tepidarium e calidarium) denota l’origine e l’economia termale dell’abitato. Con gli Angioini e gli Aragonesi, la località visse un’età splendida: la corte si trasferiva spesso, per riposo o per svago, nel castello con la famosissima “canetterìa” (allevamento di cani) e la regia cavallerizza, voluta nel 1464 dal re Ferdinando I d’Aragona.

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Truglio a tripergole, Giuliano da Sangallo

Intorno al 1488, l’architetto fiorentino Giuliano da Sangallo visitò Napoli, Pozzuoli e i Campi Flegrei, fermandosi anche a Tripergole, come dimostra un suo disegno, ed effettuò il rilievo di un ambiente, molto probabilmente romano e forse prossimo al colossale complesso termale di cui rimane solamente il cosiddetto Tempio di Apollo presso il lago d’Averno.

Il boom del termalismo flegreo
"Tempio" antico, forse Tripergole
“Tempio” antico, forse Tripergole

Gradualmente, il territorio si sviluppò secondo la sua naturale vocazione termale: furono realizzate adeguate strutture sanitarie e ricettive, una farmacia (“Speziària”) accorsatissima e tre osterie -forse il toponimo deriverebbe anche dalla loro presenza- che, certamente, svolgevano anche la funzione di locanda, destinate, ovviamente, ai frequentatori benestanti. Si ha notizia di un certo Giovanni Caponcapo che ottenne la licenza di costruzione di una taverna da Carlo I d’Angiò, accordata nel 1265. Persino re Roberto d’Angiò, nel 1332, obbligò gli uomini dei casali di Posillipo, Fuorigrotta e Pozzuoli di ripavimentare la strada che da Piedigrotta conduceva a Tripergole, per favorire il turismo termale.
Se si considera che anche la collina di Trìtoli (“stufe di Nerone”) rientrava nell’àmbito del termalismo tripergolese, ben diciotto terme erano pienamente funzionanti nel Medioevo, ognuna con una specifica proprietà terapeutica: Bagno di Cicerone o del Prato, Bagno di Tripergole, Bagno dell’Arco, Bagno di Ranieri, Bagno di San Nicola, Bagno della Scrofa, Bagno di Santa Lucia, Bagno di Santa Maria, Bagno della Santa Croce, Bagno del Succellario, Bagno del Ferro, Bagno della Grotta Palombara o della Sibilla, Bagno di Silviana, Bagno di Trìtoli, Bagno di San Giorgio, Bagno del Pugillo, Sudatorio di Trìtoli e Bagno del Petrolio. A queste terme vanno aggiunte quelle della vicina Baia: Bagno del Sole e della Luna, Bagno di Colma, Bagno di Gibboroso, Bagno della Fonte del Vescovo, Bagno delle Fate, Bagni di Bracula e Bagno della Spelonca.
Carlo II d’Angiò, detto “lo zoppo”, per venire incontro alle esigenze dei forestieri e degli infermi meno abbienti, che si recavano a Tripergole per le cure belneo-termali, decretò, con provvedimento del 5 settembre 1298, la fondazione di un ospedale, con la prevalente funzione di xenodochio (ospizio per stranieri). E’ probabile che il re ampliò in forme più decorose una struttura più modesta, già esistente, forse, in età sveva. Infatti, la presenza dello xenodochio è già documentata nel 1277 ed era amministrato dal napoletano Gregorio Coppola. Il nuovo complesso ospedaliero fu posto alla dipendenza dell’Ospedale Maggiore di Santo Spirito in Saxia di Roma e affidato alle cure del Frati Ospitalieri di quell’ente, chiamati al governo dell’Ospedale dell’Annunziata di Napoli. Addirittura, Carlo II, nella sua magnanimità, dispose la sospensione del pagamento dei tributi ai puteolani “donec durat opus fabrice dicti hospitalis”; il 19 giugno 1307 si registrò anche uno “sciopero e una vera serrata” degli operai addetti alla costruzione e alcuni fornitori “de casali Iullani” si rifiutarono di consegnare il legname. L’opera fu completata, in ogni sua parte, alla fine del 1307, ma qualche reparto dell’ospedale incominciò a funzionare alcuni anni prima. Fra gli architetti che presero parte alla costruzione è annoverato Mastro Gallardo o Gagliardo Primario, noto per l’edificazione della Chiesa di Santa Chiara a Napoli e per la sua collaborazione con lo scultore senese Tino di Camaino. Per la costruzione del complesso di Tripergole, che poteva contenere fino a 120 posti letto, il re concesse 700 once d’oro. Lo xenodochio di Tripergole divenne tanto noto che in esso si celebrava, con grande partecipazione di popolo, la festa della Pentecoste e, in tale occasione, si svolgeva anche la tradizionale sagra delle ciliegie, con suoni, canti e danze.
A Tripergole è documentata l’esistenza di un’altra chiesa sotto il titolo di Santa Maria Maddalena, costruita nel 1309 a “divozione e spesa” del milite napoletano Matteo Caracciolo, detto Carrafa.
Dai documenti non risulta una massiccia presenza di case private, ma solo strutture ospedaliere e termali che funzionavano nelle calde stagioni (da aprile a ottobre), con annesse qualificate infrastrutture. Dalla deposizione di un certo Antonio Russo, allegata alla Informatio pro Hospitali de Tripergola del 1587 (Archivio Storico Diocesano di Pozzuoli), è possibile ricavare qualche elemento descrittivo dell’antico complesso ospedaliero e della topografia di Tripergole. La chiesa e l’ospedale erano ubicati nel castello angioino (forse nelle sue pertinenze); l’ospedale si sviluppava nella parte più bassa, sopra i bagni termali del piano terra (si tratta, quasi certamente, del Bagno di Tripergole) e dislocati ai margini di una strada, lungo la quale si trovavano le tre osterie e la farmacia, che era “là per beneficio di detto Ospedale”.

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Con la famosa eruzione che portò alla formazione del Monte Nuovo (29-30 settembre 1538), scomparve l’intero villaggio di Tripergole sotto una montagna di scorie vulcaniche, sconvolgendo la fisionomia e l’orografia dei luoghi. I segni premonitori dell’eruzione, già avvertiti alcuni decenni prima, con terremoti e sollevamento del suolo, divennero più intensi e frequenti e causarono lo spopolamento del villaggio di Tripergole; infatti, i cronisti non registrano vittime durante la catastrofe.
Pertanto, oggi è impossibile localizzare con una certa precisione il sito dell’antico villaggio di Tripergole; approssimativamente, esso sorgeva nell’attuale area compresa tra Arco Felice, Lucrino e Toiano, sulle pendici meridionali e sul pianoro dell’allora esistente Monticello del Pericolo. Il centro abitato si trovava nei pressi dell’incrocio di due importanti strade: una tra Pozzuoli e Baia; l’altra, che partiva proprio da Tripergole, attraversando la valle di Toiano e salendo alla Torre di Santa Chiara, in località Monterusciello, si immetteva sulla vecchia via Consolare Campana, all’altezza di Quarto, per dirigersi verso Aversa e Capua.

Dopo il terrificante evento, la zona dove sorgeva Tripergole dovette languire in un lungo, totale e giustificato periodo di abbandono, anche perchè scomparve la maggior parte delle sorgenti termali. L’ospedale di Santo Spirito e la chiesa di Santa Marta, furono riedificati, tra scandali e denunce, intorno al 1572, a Pozzuoli, sul quadrivio dell’Annunziata, le cui strutture, anche se radicalmente manomesse, sono ancora evidenti nell’edificio.

Soltanto nel 1668 si registrò un tentativo di rilancio del termalismo puteolano e tripergolese. Il viceré don Pedro Antonio d’Aragona affidò ad una commissione di medici, guidata da Sebastiano Bartolo, l’incarico di ritrovare le antiche sorgenti termali da Coroglio a Miseno. Lungo le pendici meridionali del Monte Nuovo furono portate alla luce diverse polle, attribuite senza alcun riscontro topografico ai complessi termali di Tripergole, che non furono adeguatamente sfruttate.


Fonti Storiche e bibliografia
  • Mazzella Scipione “Sito et antichità della città di Pozzuoli e del suo amenissimo distretto …“, Napoli 1591
  • Antonio Parascandola – “I fenomeni bradisismici del Serapeo di Pozzuoli“, Napoli 1947
  • Antonio Parascandola – “Il Monte Nuovo ed il Lago Lucrino“, in: Bollettino della Società dei Naturalisti in Napoli, vol. LV, 1944-1946
  • Scherillo Antonio “Vulcanismo e bradisismo nei Campi Flegrei” in: “I Campi Flegrei nell’Archeologia e nella Storia” (Atti dei Convegni Lincei n. 33), Roma 1977, p. 81-116
  • Castagnoli Ferdinando “Topografia dei Campi Flegrei” in: “I Campi Flegrei nell’Archeologia e nella Storia” (Atti dei Convegni Lincei n. 33), Roma 1977, p. 41-79
  • Editto 22 maggio 1501 – Li cattolici Re Ferdinando e Isabella concedono alla città di Pozzuoli le terre emerse in demanio.
  • Editto 6 Ottobre 1503 – Li cattolici Re e Regina concedono che il dimanio per le terre, che va seccando il mare, sia della ditta Università di Pozzuolo.
  • Stralcio della cronaca di M.Antonio Delli Falconi
  • Testimonianza di Pietro Giacomo da Toledo
    “Son due anni che questa regione della Campania è stata afflitta da terremoto e la parte dei dintorni di Pozzuoli molto più delle altre: ma il 27 e il 28 settembre scorso i terremoti si fecero sentire notte e giorno continuamente nella città di Pozzuoli: il piano che si trova tra lago di Averno, Monte Barbaro e il mare si sollevò…”.
  • Testimonianza di Simone Porzio
    “…il gran tratto di terra vedevasi sollevare e prendere la figura del monte…”
  • Testimonianza di P.Sarnelli
    “…una grande esalazione coll’apertura di una grandissima bocca, tanto foco e tante pietre e tanta arena menò seco, che ne fece il detto monte con la rovina di moltissimi edificii, di campi, di animali, etc….”.
  • Testimonianza del Carletti
  • Testimonianza di Francesco Marchesino
    Fu tra i primi a mettere piede a Pozzuoli dopo il tremendo sisma. In tutto il territorio “non erano dieci case…che non fussero o conquassate, o in tutto o in parte a terra rovinate, et senza un cittadino e tale fu lo sconquasso, che nessuna pietra restò al posto, dove l’aveva applicata il mastro muratore”. Metà Duomo era crollato e tutti i giardini erano “coperti di cenere”.
  • Testimonianza di Antonio Castaldo