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La Sibilla Cumana dei Campi Flegrei nelle fonti storiche

La Sibilla Cumana di Domenicho Zampieri detto Domenichino (1622)

La Sibilla Cumana (in greco antico: ΣίβυλλαSíbylla; in latino: Sibylla) fu una delle dieci sibille menzionate dallo scrittore latino Varrone (116-27 a.C.). La sua figura antichissima, probabilmente reale ed allo stesso tempo mitologica, risale all’epoca dei grandi poemi omerici: secondo gli antichi fu difatti presente allo sbarco di Enea presso Cuma e lo aiutò in quanto guida nella sua impresa.

Le fonti storiche

Le attestazioni della Sibilla si perdono nel tempo. Come la sua figura anche le menzioni storiografiche sono molto variegate, evanescenti, spesso contraddittorie e confuse, ma sono moltissime: certamente un segno dell’importanza che questa figura ebbe nel mondo antico, e non solo.

La prima menzione della Sibilla risale al IV sec. a.C. in un testo greco. Tuttavia vi è la vicenda relativa ai Libri Sibillini (ne parlano numerosi scrittori latini quali Gellio, Varrone, Dionigi di Alicarnasso ed altri) che fa propendere la la datazione a qualche secolo prima:

«I responsi Sibillini che, come prima abbiamo detto, è incerto da quale Sibilla siano stati scritti, sebbene Virgilio li attribuisca alla Cumana, Varrone, invece, all’Eritrea. Ma consta che sotto il regno di Tarquinio una donna, di nome Amaltea, abbia offerto al re stesso nove libri, nei quali erano scritti i fati e i rimedi di Roma, ed abbia preteso per questi libri trecento filippi, che allora erano preziose monete auree. Costei respinta, dopo averne bruciato tre, ritornò un altro giorno e chiese altrettanto, ed egualmente il terzo giorno, dopo averne bruciati altri tre, ritornò con gli ultimi tre e ricevette quanto aveva chiesto, poiché il re era stato impressionato da questa stessa vicenda, cioè dal fatto che il prezzo restava immutato. Allora la donna non apparve all’improvviso. Quei libri si conservavano nel tempio di Apollo, né soltanto quelli, ma anche quelli dei Marci e della ninfa Vegoe che aveva scritto presso gli Etruschi i libri fulgurales: per cui aggiunse solo tuas sortes arcanaque fata. E ciò riferisce il poeta.»
Tarquinio e la Sibilla Cumana, dipinto di Nicolaes van Helt Stockade (1614–1669)
Tarquinio e la Sibilla Cumana, dipinto di Nicolaes van Helt Stockade (1614–1669)

Si riportano di seguito le menzioni più interessanti, per ordine cronologico.

La prima menzione della Sibilla Cumana

Licòfrone di Calcide, poeta greco del IV sec. a.C., è il primo nella storia conosciuta che fa menzione della Sibilla Cumana nella descrizione dell’arrivo di Enea in Italia, all’interno del suo poema Alessandra:

E così stimato piissimo anche dai suoi nemici, egli getterà le fondamente d’una nuova patria, che per opera dei suoi nepoti diventerà famosa nelle armi e ricca, quasi fortezza posta tra le eccelse foreste di Circe e il grande porto di Eeta – famoso per l’arrivo della nave Argo – e le acque di Force, palude dei Marsi, e le correnti del Titonio – che attraverso una caverna scendono nelle oscure profondità di sotterra – e il colle del dio Zosterio (Apollo), dove la vergine Sibilla ha l’orrida dimora, coperta dalla curva d’una spelonca.La Alessandra di Licofrone, v. 1270 -1280

Una curiosità della scuola aristotelica

Poco più tarda o coeva è la menzione nel trattato pseudo-aristotelico De Miriabilibus auscultationibus, una raccolta di curiosità e fatti dell’età greca classica:

A Cuma in Italia è visibile, a quanto pare, un antro sotterraneo della Sibilla profetica, che dicono sia rimasta per moltissimo tempo vergine; era originaria di Eritre, ma dagli abitanti di Cuma d’Italia è chiamata Cumana [da alcuni] Melancrera. Si dice che questo luogo fosse sotto il dominio dei Lucani. Raccontano che in quei luoghi vicino a Cuma ci sia un fiume chiamato Keton, nel quale dicono che ciò che vi viene immerso per molto tempo, prima si ricopra di concrezioni, poi si trasformi in pietra.De Mirabilibus auscultationibus, 95

La fonte storica per eccellenza: l’Eneide di Virgilio

Certamente la menzione più popolare di tutte è quella del poeta romano Publio Virgilio Marone (70 a.C. – 19 a.C.) che ne fa descrizione nell’Eneide. Enea sbarca sulle rive di Cuma e sale presso l’antro della Sibilla, dove essa le mostra il futuro, ma anche gli abissi del Tartaro.

La Sibilla Cumana che accompagna Enea nell’Inferno. Incisione in rame; da “Omnibus Pittoresco”, Napoli, 1839
Dell’euboïca rupe un antro immenso
Che nel monte penètra. Avvi d’intorno
Cento vie, cento porte; e cento voci
N’escono insieme allor che la sibilla
Le sue risposte intuona.Publio Virgilio Marone - Eneide - Libro VI 61-65

Seguono le vicende di Enea e della Sibilla che, posseduta dal dio Apollo, profetizza in uno stato di trance mistica. Successivamente, quando la Sibilla riprende l’aspetto consueto, Enea le chiede di accompagnarlo nel mondo dei morti. La vergine gli risponde che ciò e consentito solo a pochissimi eletti. Se Enea vuole affrontare il duro viaggio, deve venire in possesso del ramo d’oro da offrire a Proserpina, seppellire un compagno morto e sacrificare pecore nere.  Eseguiti gli ordini della sacerdotessa Enea può finalmente introdursi nell’Ade dietro l’attenta guida della Sibilla che lo inizia ai misteri dell’oltretomba.

Una Sibilla in depressione

Nel I sec. d.C. con le mutazioni nella struttura socio-religiosa greco-romana, il culto oracolare della sibilla era già in decadenza. Nel celebre ed ironico Satyricon di Gaio Petronio Arbitro, assistiamo ad una conversazione di un ricco romano, Trimalchione che, alla sua sontuosa cena ostenta non solo i propri lussi materiali ma anche alquanto superficiale saccenza culturale:

Trimalcione insiste dicendo: «Tu te le ricordi, caro il mio Agamennone, le dodici fatiche di Ercole, o quella storia di Ulisse, di come il Ciclope gli portò via un dito con delle tenaglie fatte a piede di porco? Roba che da bambino leggevo in Omero. Anzi, io a Cuma l’ho vista di persona la Sibilla sospesa dentro un’ampolla con i ragazzini intorno che le chiedevano “Sibilla, cosa vuoi?”, e lei che rispondeva “Voglio morire”».Petronio - Satyricon, 48
Dettaglio raffigurante il “padrone di casa” da “A Roman Feast” – Roberto Bompiani (1821 – 1908)

Pausania

Lo scrittore greco Pausania il Periegeta, nel II sec. d.C. pare confermare la versione di Petronio. Anzi, riporta che della Sibilla resta solo un un’urna cineraria, osservabile a Cuma presso il tempio di Apollo:

Che quella dopo questa, la quale similmente diede oracoli, da Cuma negli
Opici fosse, e Demo si appellasse, fu ciò scritto da Iperoco Cumèo. I Cumèi non possono mostrare alcuno degli oracoli di questa donna, ma fanno vedere nel tempio di Apollo un’idria non grande di marmo, e dicono, che in essa siano le ceneri della Sibilla: e vi fu scritto sopra
ne’ tempi posteriori il nome di DemoPausania - Descrizione della Grecia, lib. X - 4

La Sibilla in un’illustrazione del IV sec d.C.

Uno dei documenti senza dubbio più interessanti a riguardo è il Virgilio Vaticano, un codice miniato risalente al IV sec. d.C. ed uno degli unici tre manoscritti illustrati di età classica – un vero e proprio “libro” tardo romano con illustrazioni a colori e scrittura in capitale rustica.

Il manoscritto contiene frammenti dell’Eneide e delle Georgiche del poeta latino Virgilio. Nello specifico compare un’illustrazione dell’incontro di Enea e Acate con la Sibilla Cumana presso il Tempio di Apollo sulle coste di Cuma.

Le fonti tarde e la rinascita del mito

Le ultime fonti che riportano nozioni relative alla Sibilla Cumana e all’antro sono uno scrittore conosciuto come pseudo-Giustino (IV sec. d.C.) e dei bizantini Procopio e Agathias (VI sec. d.C.). Le loro versioni sono tuttavia considerate inattendibili (è probabile che non abbiano mai visitato i luoghi).

Con il definitivo avvento del Cristianesimo e la fine del mondo pagano, si perdono anche le raccolte di oracoli sibillini antichi. Vi è tuttavia anche una Sibilla ebraica, la più recente di tutte, conosciuta anche come Caldea o Babilonese. A noi è pervenuta una preziosa raccolta di oracoli sibillini giudaici e cristiani risalente alla fine del VI sec. d.C. che consta di 4200 esametri.

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