Mamozio in tutto il suo splendore
Mamozio in tutto il suo splendore

“Antò, ‘si ‘nu mamozio!”.

Una frase colorita, un epiteto, che potreste ascoltare non solo a Pozzuoli ma ovunque si parli un dialetto napoletano, tranquillamente anche ai giorni odierni, sebbene la sua storia sia molto più antica. Anzi, antichissima: l’oggetto di questa storia risale al periodo tardo imperiale romano…

L’epiteto “Mamozio” che sta ad indicare una persona imbecille, rincitrullita, un allocco insomma, ha un origine tutta Puteolana: nel 1704, durante lo scavo della chiesa di San Giuseppe (presso la Villa Avellino), fu rinvenuta la statua di un importante console romano del IV secolo d.C., Quinto Flavio Mesio Egnazio Lolliano Mavorzio.

Lolliano, che era pagano, fu consularis Campaniae (governatore della Campania) dal 328 al 335, comes Orientis dal 330 al 336, proconsole d’Africa dal 334 al 337, praefectus urbi nel 342, console nel 355 e prefetto del pretorio nel 355-356. Incoraggiò lo scrittore siciliano di rango senatoriale Giulio Firmico Materno a scrivere un trattato astrologico, il Matheseos libri VIII, che gli fu poi dedicato. Una personalità, insomma, ben oltre che di nicchia.

La statua fu collocata successivamente al rinvenimento presso l’attuale Piazza della Repubblica, vicino alla fontana del vescovo Leon Y Cardenas. La statua fu però ritrovata acefala, ovvero priva di testa, come molte altre romane. Al tempo non v’erano modi particolarmente eleganti ed oculati per trattare i beni culturali, pertanto gli fu attaccata un altra testa, di diverse proporzioni e con la faccia da ebete (come dice il Giamminelli), tanto che ben presto generò una sorta di affezione e ilarità tra i compaesani, elevandolo anche giocosamente al rango di Santo.

Mamozio sapeva di essere brutto e ridicolo, e a causa di questo non andò particolarmente d’accordo con i puteolani, che non mancarono di prenderlo in giro.

Storie  popolari descrivono il Mamozio come uno spiritello dal carattere dispettoso e pettegolo.

Si racconta che “una vecchia per guarire la sua pecora malata si rivolse a Mamozio, il quale, invece, la liberò dal male facendola morire”. Una volta si pensò che un paesano, sparlando di Mamozio, ricevette una maledizione a causa della sua indisponenza, perchè Mamozio venne comunque a saperlo tra voci di paese. Per questo motivo diventò anche una sorta di patrono delle “capere” e degli “inciuci”. Spesso, i venditori in piazza, durante il mercato, lanciavano fichi, pomodori e altre verdure contro la statua, a mò di offerta per ottenere la sua benemerenza.

Durante i lanci, i verdummari dicevano « Santu Mamozio mio, ‘e bbone t’ ‘e magne e ‘e toste m’ ‘e manne arrete » ovvero « Santo Mamozio mio, i (frutti) buoni te li mangi, quelli duri me li mandi indietro»

Nel 1913  la statua di San Mamozio venne spostata, sicuramente a causa del crescente interesse verso i beni culturali, e anche per sottrarla a questa pratica ai limiti del vandalismo. Fu successivamente presso l’anfiteatro puteolano, e poi spostata numerose volte ancora tra il castello di Baia e Napoli.

Mamozio superò anche i confini campani, come ci testimonia il termine nel dialetto calabrese che per “mamozio” sta ad indicare una piccolezza fisica, più che intellettuale.

Risonanza di Mamozio nella cultura partenopea

Sull’isola di Ponza, in via di Sant’Antonio, si trova, una statua marmorea funeraria, acefala e priva di basamento, nota, dalla tradizione locale, con il nome di Mamozio.

In una litania religiosa rivolta a San Gennaro “San Gennaro San Gennà ‘sta città te cerca aiuto tu però te sì addurmuto e ‘sta storia adda cagnà. Nun vulimmo a ‘nu mamozio ca nun tene autorità, San Gennaro San Gennà vire e nun ce sta a scuccià.”

Chissà se l’eminente personaggio romano, sicuramente amante della gloria eterna come tutti i grandi uomini, avrebbe gradito questo tipo… particolare di glorificazione nelle epoche a venire!

 


Davide Morganti – La Repubblica – 3 dicembre 2004

Paolo Granzotto – Il Giornale – 5 novembre 2007

R. Annecchino, Mamozio nella storia e nella leggenda, Pozzuoli, 1894