La Passio S. Castrensis è un testo noto già prima della fine del XII secolo. Secondo questo racconto, in occasione della persecuzione dei Vandali di Genserico, Castrese ed altri undici vescovi africani furono arrestati e imbarcati su una vecchissima nave, insieme a molti altri cristiani: un vero e proprio exercitus sanctorum.

La nave, destinata a sicuro naufragio, miracolosamente approdo in Campania il 10 maggio di un anno imprecisato e i vescovi si diffusero subito nella Regione svolgendovi il loro ministero.

Oltre a Castrese e Prisco, essi erano: Rosio, Tammaro, Secondino, Eraclio, Benigno, Elpidio, Marco, Augusto, Canione e Vindonio.

Solo per Castrese il testo specifica che si stabilì a Suessa, identificabile con l’odierna Sessa Aurunca o, come ritiene Mallardo, con Sinuessa (Mondragone).

Nessuna credibilità merita questo racconto tranne che per i nomi dei vescovi, che sono tutti mutuati dalle cronotassi di Puglia e Campania.

Dalla pagina FB di Alfonso Caprio

Castrese è commemorato nel Martirologio Geronimiano all’11 febbraio sotto la rubrica topografica in Volturno (Castel Volturno) e alla stessa data anche nel Calendario marmoreo napoletano. Il suo culto ha avuto ampia diffusione e ha dato vita, nella Campania medievale, a non poche tradizioni agiografiche e a contese tra diversi centri. Esso appare, comunque, ben radicato soprattutto a Castel Volturno e Sessa, da dove le reliquie sarebbero state traslate prima a Capua e poi, nel XII secolo, a Monreale in Sicilia.

Il radicamento del culto di Castrese in Campania è provato da due testimonianze di tipo archeologico-monumentario. De Rossi ha rinvenuto nel Museo di Capua – siamo alla prima testimonianza – una transenna marmorea quadrata con croce monogrammatica e lettere apocalittiche di V-VI secolo, del tipo di quelle poste sui sepolcri; il reperto proveniva da Volturnum per cui il grande archeologo ritenne potersi trattare della fenestella confessionis, originariamente collocata sulla tomba di Castrese, che egli, comunque, riteneva vescovo africano.

La seconda testimonianza è costituita da una pittura datata tra VIII e X secolo scoperta in una grotta nei pressi di Calvi (Caserta) in cui sono rappresentati Castrese e Prisco.

Anche alla luce di questo forte radicamento in Campania, con Delehaye  e Mallardo, lo studioso Giorgio Otranto considera Castrese martire locale, forse anche vescovo di Volturnum.

Il tema della nave sfasciata destinata al naufragio e miracolosamente approdata sulla costa è un topos ricorrente, con alcune varianti, in diverse passiones redatte in Campania tra IX e XII secolo; il suo modello è da ricercarsi nella Historia di Vittore di Vita secondo la quale Genserico, in occasione della persecuzione vandalica (439), caccio dall’Africa il vescovo Quodvultdeus e molti altri chierici imbarcandoli su una nave sfasciata, che riusci comunque ad approdare a Napoli.

La vicenda di Prisco e Castrese esprime emblematicamente una caratteristica dell’agiografia campana: questa, nel corso del medioevo, ha frequentemente trasformato alcuni martiri locali in personaggi orientali o africani nell’intento di anticiparne il culto e di nobilitarne le origini, collegandoli a personaggi illustri della cristianità antica o rendendoli protagonisti di eventi fondanti e storicamente rilevanti della nuova fede. Nel caso di Prisco, al martire capuano si attribuisce addirittura il ruolo di uno degli amici e collaboratori del Cristo che nei Vangeli era rimasto nell’anonimato. Prisco, infatti, diviene colui che mette a disposizione di Gesù e degli Apostoli la sala per l’Ultima Cena.

Questo particolare esprime significativamente il lavorio degli agiografi medievali, i quali ricercavano non solo nella storia e nei testi cristiani pregressi, ma anche nelle leggende e nelle tradizioni orali elementi e motivi per comporre i loro racconti, senza molto preoccuparsi della verità e talvolta neanche della verosimiglianza storica. Il loro solo intento era quello di ricostruire racconti che fossero di edificazione spirituale per le comunità: che è, in definitiva, come ha insegnato Delehaye, la caratteristica e la condizione indispensabile di ogni documento agiografico.

San Castrese particolare ricavato dalla precedente immagine

Bibliografia

Otranto G., Per una storia dell’Italia Tardoantica cristiana