Nella veduta di Pozzuoli di Alberico de Cuneo, databile al 1648 e conservata nella Biblioteca Nazionale di Parigi, è raffigurata una struttura dalle linee architettoniche proprie di una dimora fortificata e circondata da un fossato (indicata dalla freccia nera in figura)

Alberico de Cuneo, Puteolorum fidelis civitas (particolare) – 1648 Parigi, Biblioteca Nazionale.

La struttura è nota come “Casa del fu Marchese Villa”. Si tratta della residenza puteolana di Giovan Battista Manso (Napoli 1569-1645), marchese di Villa, personaggio di spicco della Napoli della prima metà del Seicento.

Ritratto di Giovanni Battista Manso Marchese di Villa nel libro “Poesie Nomiche” del 1635

Manso fu un nobile scrittore, poeta e mecenate napoletano. Fu protettore e amico di Torquato Tasso e di Giovanni Battista Marino e non è da escludere che possa averli ospitati nella dimora puteolana. Manso fondò a Napoli, in via Nilo, il Seminario dei Nobili, conosciuto come “Monte Manso”, un’istituzione caritatevole, tutt’oggi esistente. Egli si lega alla storia di Pozzuoli acquistando un palazzo per vicissitudini ereditarie familiari (che erediterà il suo nome, e, successivamente, sarà riconosciuto come Palazzo Capomazza). L’atto di acquisto del Manso è stato conservato sino ad oggi presso il Monte Manso, e risale al 6 maggio 1617. I venditori furono Ferrante, Carlo ed Enrico Loffredo, i primi anch’essi insigni proprietari.

Le origini del palazzo

Ferrante Loffredo, Marchese di Trevico, fu con ogni probabilità il primo proprietario e anche l’edificatore dell’edificio, seguendo le orme dello stesso Vicerè Don Pedro de Toledo che incentivò la ripopolazione della città di Pozzuoli dopo l’evento del Monte Nuovo (1538). Ferrante Loffredo fu anche autore di una delle primissime guide per forestieri dei Campi Flegrei – Antichità di Pozzuolo et luoghi convicini – (la prima edizione risale al 1570). Nell’introduzione dell’opera Ferrante ricorda che dimorò a Pozzuoli, dal 1569:

“Nell’inverno passato, che à consiglio vostro per la salute mia dimorai in Pozzuoli, non potendo soffri dell’otio, né havendo che altro trattare, ritiratomi da negotij, deliberai di trovare trattenimento, nel quale potesse occupare il corpo, e la mente: così mi diedi à cercare, e investigare quelle antichità, che ivi si vegono; laonde il dì cavalcando per il paese, particolarmente vedento tutte le cose di consederatione, e di meraviglia…; e poi la notte conferendole con li scritti degli Autori antichi che ne parlano, e similmente pigliandone quelli rincontri, che migliori si poteano da i Paesani per fama, e per memoria, lasciato loro da i padri, e avoli, accozzando tutte queste cose insieme…”

Il Palazzo Manso oggi

L’identificazione dell’attuale Palazzo Capomazza, con la dimora di Giovan Battista Manso, è da attribuire a Raffaele Giamminelli, che ha eseguito un’analisi accurata dei documenti iconografici della prima metà del XVII secolo, primo fra tutti il disegno di Alberico da Cuneo, oltre ad un attento sopralluogo nel corso del quale ha individuato la strombatura della base del palazzo – e ha ritenuto estranei al primitivo impianto gli altri edifici addossati che, ad occhio inesperto, sembrano appartenere a questo.

Palazzo Capomazza a sinistra, la chiesa di San Giuseppe al centro e la cappella del Cristo degli Ulivi a destra (foto Cristiano Fiorentino)

La Cappella del Cristo degli Ulivi

Nei pressi del Palazzo Manso fu edificata anche una cappella. Ricordiamo che nell’atto di compravendita del Manso nella proprietà sono indicati “una casa, in più diversi membri con territorio arbustato, Giardini ed Oliveto”. E proprio da tale Oliveto sarebbe nato l’appellativo della cappella.

Le prime notizie in assoluto della cappella risalgono ad una visita pastorale del 1655 da parte del vescovo puteolano Giambattista Visco di Campagna: essa “era intitolata al Ss. Cristo Crocefisso, era di diritto di un duca il cui nome è illeggibile, era arredata con un altare metà legno e metà pietra da una tela del Ss. Crocefisso”, entrambi ancora in sito prima della recente spoliazione.

La prima menzione della Cappella con l’appellativo “Cristo delle Olive (o degli Ulivi)” risale al 1729 negli atti della visita del vescovo Agostino Passante. Tale chiesetta fu aperta al culto fino agli anni Sessanta del ‘900, dopodichè andò in rovina con il bradisismo e fu devastata dalle successive spoliazioni. Si conserva solo lo stemma del Monte Manso, ora nel nuovo palazzo vescovile. Oggi la struttura si presenta totalmente spoglia di ogni traccia di intonaco, mostra nuda la struttura di muratura in tufo dalla quale evinciamo la presenza di un portale d’ingresso in piperno e di due lucernai circolari, anch’essi murati. L’unico elemento decorativo ancora presente è parte della cornice perimetrale. Corpi estranei si sono aggiunti alla cappella (in origine probabilmente isolata e a pianta quadrata) sempre in tempi antichi: è possibile osservarlo nella diversa trama e angolazione delle murature confinanti.

La Cappella del Cristo degli Ulivi, ipotesi della struttura originale (disegno Cristiano Fiorentino)

Più recentemente, in una lettera del procancelliere vescovile Tommaso Pollice, si apprende che la cappella era volgarmente appellata Cristo Sperduto.


Tutti questi interessanti ed in parte inediti studi sono stati intrapresi da Rosario di Bonito e Raffaele Giamminelli nel corso della loro vita.

  • Il capitolo relativo alla Dimora Puteolana del Marchese Giovan Battista Manso e la Cappella degli Ulivi si trova all’interno del volume Inediti di Rosario di Bonito (2013)